Dichiarazione GSPL – SLI sulle politiche linguistiche del bando PRIN 2017

Scarica la Dichiarazione qui sotto in formato PDF stampabile

Il Gruppo di Studio sulle Politiche Linguistiche (GSPL) anche a nome della Società di Linguistica Italiana denuncia con forza la gravità della decisione ministeriale di imporre l’uso del solo inglese nella domanda per ottenere finanziamenti su progetti universitari di interesse nazionale per come appare dall’ articolo 4 comma 2 del bando diffuso dal MIUR il 27 dicembre.

Una disposizione che introduce l’impiego obbligatorio ed esclusivo di una lingua straniera in un atto ufficiale dello Stato contrasta con la recente sentenza n. 42 della Corte Costituzionale relativa all’equilibrio tra inglese e italiano nell’università e alla necessità di preservare l’uso dell’italiano come lingua della scienza e dell’istruzione superiore. Pare particolarmente grave non tanto l’impiego anche dell’inglese per la presentazione di domande di ricerca, giustificato dalla necessità di poter sottoporre a valutazione le domande anche da parte di commissari provenienti da università estere e dunque da serie e condivisibili esigenze di internazionalizzazione, ma l’imposizione del suo impiego esclusivo, che – anche a causa della peculiare discrasia fra bando in italiano e obbligo di domanda in inglese – non trova paralleli noti in analoghi documenti da parte di Stati europei.

Oltre la pur fondamentale questione dell’importante tutela della tradizione scientifica e accademica in italiano, il GSPL rinviene in provvedimenti come questi una delle manifestazioni della volontà (forse frutto di malinteso sul concetto di ‘scienza’) di imporre a tutte le discipline l’esclusività dell’inglese. In particolare, l’uso di più lingue della scienza vale nel caso delle discipline umanistiche, sociali e giuridiche, dove l’argomentazione non si configura come commento o illustrazione di formule, figure o tabelle — che costituiscono il cuore dell’acquisizione scientifica — ma anche e soprattutto come argomentazione linguistica, dove tradizioni di lingua e del discorso diverse costituiscono una delle ricchezze del patrimonio culturale europeo.

Il GSPL e la SLI ritengono dunque che l’imposizione di un’unica lingua per la comunicazione scientifica – perché di questo, in fondo, si tratta – costituisca un effettivo impoverimento della ricerca universitaria nel suo complesso, frutto di una preoccupante confusione fra internazionalizzazione e sudditanza culturale. Questo impoverimento va contrastato in modo deciso, partendo da una correzione del bando da parte del MIUR che riammetta la lingua nazionale nelle domande di ricerca di interesse nazionale.

Milano, 8 gennaio 2018

GSPL – SLI

Democrazia linguistica e diritti linguistici

Con questo post inauguriamo una serie che intende spiegare brevemente le aree di intervento del GSPL senza ricorrere a eccessivi tecnicismi. Cosa si intende per ‘diritti linguistici‘? Si tratta di una parte importante dei diritti umani definiti a partire dal 1948 dalle Nazioni Unite nella ben nota Dichiarazione a questo proposito. Sono quindi diritti fondamentali e universali, vale a dire trascendono i confini degli stati e le loro leggi. Per esempio, il diritto all’uso della propria lingua materna (a livello del singolo individuo) e il diritto all’uso di una lingua minoritaria (a livello della collettività in un dato territorio) per esempio a scuola.

Per ‘democrazia linguistica’ si intende l’insieme di attività volte a far rispettare i diritti linguistici individuali e collettivi in un dato contesto istituzionale. Come ottenere questo risultato è ovviamente materia di dibattito, talvolta molto acceso. Va menzionata anche una interpretazione un po’ diversa del concetto che ha recentemente espresso Tullio De Mauro in una giornata studio alla Sapienza di Roma. Per lo studioso più che tutelare direttamente le lingue è importante tutelare le capacità espressive delle persone e i loro diritti di scelta su quali lingue parlare (e scrivere, aggiungo io). Si tratterebbe insomma di una tutela indiretta ma non per questo meno efficace, in cui il ruolo della scuola è fondamentale (si vedano le Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica)– ma non esclusivo. Sappiamo infatti dalla letteratura che più l’ambiente scolastico tutela le lingue di famiglia (intendendo lingue altre rispetto a quelle di istruzione), più queste diventano un fattore di buon apprendimento di altre lingue.

In ogni caso, la stragrande maggioranza degli studiosi concorda nell’affermare che bisogna da un lato garantire il patrimonio linguistico nativo e dall’altro fornire gli strumenti per acquisire le lingue dominanti dell’ambiente, vale a dire le lingue di maggiore circolazione. A volte questi due aspetti vanno in contraddizione, generando dilemmi di non facile soluzione.

[Il post già pubblicato su Facebook è di Federico Gobbo]